31/07/2004
JOHNATHAN FREEWAY
In questo silenzioso sabato, su richiesta di un'amica piccola e incredibile, pubblico una storia.
Si tratta di un racconto breve che ho scritto nel '99 qualcuno l'avrà già letto forse pubblicato su qualche sito web.
E' un racconto che suscita reazioni diverse, si ama o si odia, bianco o nero, senza mezze misure.
Lo troverete scritto forse in modo puerile ( e non perchè ero una bimba, quando l'ho scritto avevo 26 anni! )... Io ho un difetto, detesto revisionare le cose che scrivo, così questa è la prima e unica versione. Non sarò mai una vera scrittrice perchè anche le cose più impegnative che ho scritto sono ferme alla seconda revisione... il testo mi viene a noia dopo un po' e mi sembra poi di interferire con una storia già compiuta, già studiata e vissuta da me mentre la scrivevo.
Non è una buona presentazione, mi rendo conto ma, se vi va, leggete questa storia di magia. Buon week end a tutti.
P.S. Non c'è moderazione nei commenti dunque, nel bene e nel male, scrivete pure ciò che vi pare (ho fatto una rima!). Dri.
Racconto: ***********JOHNATHAN FREEWAY***********
S’era fatto quasi giorno, il sole cominciava a dipingere di luce brillante il cielo, le ombre svanivano, i chiaroscuri divenivano lentamente cartoline disegnate a mano. Era bella Firenze al mattino presto quando esplodeva con il suo splendore, si mostrava al mondo pura sorgendo dalla notte, ancora immune dall’inutile fragore della irrinunciabile quotidianità.
A Sara, che percorreva le silenziose strade del centro in quei minuti rubati al mondo ancora sonnecchiante, sembrava una ingiustizia che il sole fosse sorto anche quel giorno, che si alzasse fiero dal suo trono come sempre, che Firenze fosse così dolorosamente viva. Aveva pregato, supplicato perché da quella notte in poi governasse il buio, perché nessun sole sorgesse più a mostrare il mondo così spietatamente indifferente al suo dolore.
Il primo sole senza di lui, Davide non era più di quel mondo, non c’era più, non era via per un viaggio, non era fuori per una gara di nuoto, no, lui non era più in nessun luogo e in nessun tempo. Camminava e le lacrime scorrevano sul suo viso senza tregua.
Era ingiusto, il mondo non aveva pietà, nessuna indulgenza, nessun rispetto per quella vita che s’era spenta. I giovani credono che il tempo gli appartenga, credono di poterne disporre a lungo, fanno progetti a lunga scadenza, sognano in dettaglio una lunga vita su misura per loro ma non è così: una sera un ubriaco in moto ti taglia la strada, la tua auto sbanda, un palo e va via la corrente, un attimo e non sei più niente. I progetti, i sogni volano via insieme alla tua anima se ne hai una, altrimenti rimane tutto lì carne e ossa in un auto accartocciata, niente più pensieri, niente più risposte ai perché, niente più nodi da sciogliere, bollette da pagare, regali da comprare, telefonate da fare, nulla.
Perché si nasce se si deve morire in questo modo, quale incredibile e prezioso piano trova realizzazione in una notte fatale, quale? Non c’era una risposta, Sara non la trovava, sapeva solo che avrebbe dovuto sopravvivere al tempo che le restava senza il suo amore, senza l’uomo che avrebbe sposato tra un paio di mesi, che sarebbe già stato suo marito se non avesse rimandato lei per finire gli studi all’Università.
Aveva buttato via del tempo per un pezzo di carta, ora quei giorni perduti li rimpiangeva tutti.
L’aria fresca primaverile pareva irrespirabile, chiudeva gli occhi a tratti e la mente le rimandava in rapida successione terribili fotogrammi della notte appena trascorsa: la telefonata della madre di Davide, la voce rotta dal pianto, la corsa in ospedale, la sala d’aspetto, l’orribile intenso odore dei disinfettanti, l’attesa dietro la porta della sala operatoria, il volto dei medici nel comunicare la morte cerebrale di Davide, la barella con lui disteso, esanime, coperto da un lenzuolo, quella mano che sporgeva fuori, la sinistra, dove aveva messo la fedina, al mignolo, che gli stava stretta e ancora non l’aveva fatta allargare, il pianto convulso di sua madre, della sorella, il pallore in volto a suo padre, un omone di un metro e novanta, ebreo, sopravvissuto alle torture naziste per vedere suo figlio morire a quel modo. Infine rivide la corsa fuori dall’ospedale, inseguita dai fantasmi di mille ricordi, il tormento di quel viso giovane, solare, sorridente sempre, fisso davanti agli occhi.
Ora piangeva, sentiva il cuore farle male in petto ma piangeva e quel pianto incessante sembrava dare sfogo al dolore, alla rabbia, alla voglia di raggiungerlo ovunque fosse.
Non sapeva come, né da dove venisse, ma quel pensiero era arrivato in qualche modo, s’era insinuato nella mente e le offriva una direzione, una porta da varcare nell’infinito spazio della sofferenza. Lo accarezzò, lo ripudiò, poi ancora lo riprese come la più efficace delle droghe, l’oblio per sempre. Raggiungerlo come? Prendendo un’auto e dirigendo verso quello stesso palo o quello qualche metro più distante, oppure buttandosi nel fiume o lanciandosi dalla punta del duomo, dal luogo dove s’erano scambiati il primo bacio? La paura? Sara non ne aveva di morire, Davide l’aveva preceduta da così poco tempo che forse se si fosse affrettata l’avrebbe incontrato e sarebbero andati insieme dove si deve andare; ciò che davvero temeva è che non ci fosse un luogo dove le anime si incontrano, dove ci si ritrovi dopo la morte, questo temeva e la faceva fremere. Presa da questi pensieri si ritrovò agli Uffizi, sedette ad un gradone, si guardò intorno, dalla strada venivano i rumori di poche auto che passavano di rado e pur si facevano più frequenti, davvero tutto sorgeva di nuovo.
Chiuse gli occhi per qualche minuto, era stanca, doveva riposare, poi riflettere, non pensare al dolore, guardare verso quella direzione, l’unica possibile, ora.
D’un tratto le parve di sognare, aprì gli occhi e si trovò seduta ad uno sgabello a posare per un ritratto davanti ad un uomo di colore sulla cinquantina, uno di quegli artisti di strada con gli abiti sudici ma un viso sereno, l’aria aristocratica e immacolati fogli da disegno su un cavalletto. Quello le sorrise poi le ordinò – Non muoverti,… devo farti un ritratto.
Sara si guardò intorno, non si capacitava di come fosse giunta lì, sobbalzò quando si trovò sulle ginocchia un gatto grigio.
- Christopher, si chiama Christopher, è il mio gatto. E’ cieco ma ha un grande cuore ed è di buona compagnia. – disse l’uomo menando un occhio a Sara ed uno al foglio da disegno dove con grande destrezza aveva cominciato a ritrarre il volto di Sara con un carboncino.
- Il mio nome invece è Johnathan Freeway, sono un ritrattista, i volti sono la mia specialità, tratteggio l’anima, la catturo e la metto sul mio foglio.
Sara si mise a carezzare il gatto che le si era accoccolato in grembo.
- Senta, signor Freeway….
- Johnathan, ti prego.
- Johnathan, ho trascorso la notte peggiore della mia vita, non so come possa aver pensato di farmi fare un ritratto ora, devo proprio aver perso la testa.
- Sono d’accordo con te, ragazza. Certo, hai avuto una notte dura,… anche la mia lo è stata.
Sara levò lo sguardo verso l’uomo, lo fissò, poi disse – Non si offende se adesso prendo e me ne vado, vero? Ho proprio bisogno d’andare.
- Andare dove? – fece quello, - Hai già deciso come e quando?
- Di che parla?
- Hai perso qualcuno questa notte. – pronunciò l’artista, mite.
La ragazza fremette, tornarono a scorrere le lacrime sul viso, rintoccarono sul pelo di Christopher che, tenero, levò la testolina verso di lei mostrandole gli occhi senza luce che la costrinsero a singhiozzare come una bimba, a stringere forte al petto quel gattone sconosciuto.
- Vuoi parlarmi di Davide?
Sara balzò in piedi mentre ancora stringeva al petto Christopher, fissò i grandi occhi blu bagnati di lacrime in quelli di Johnathan, chiese un po’ impaurita – Lei ci conosce? Sa i nostri nomi, quindi ci conosce. Ma chi è?
L’uomo le fece segno di tornare a sedere, aveva sempre in viso quel sorriso bonario. Ancora ammonì – Come faccio a ritrarti se ti muovi continuamente?
- Non ha risposto alla mia domanda.
- Te l’ho detto, io disegno, disegno i volti della gente, non immagini quanto dicano di te i tuoi occhi questa mattina.
La ragazza tornò a sedere, quello le indicò con una mano dove fissare lo sguardo perché la ritraesse nel modo migliore, su un palo dell’alta tensione, poco distante da là, uno un po’ ammaccato, sullo sfondo di una strada periferica, irreale a pochi metri dagli Uffizi.
Sara impallidì, sbarrò gli occhi, restò immobile, tremava, pronunciò solo con un filo di voce il nome di Davide. Strinse più forte il gatto che prese ad agitarsi, a gemere, finchè lei non mollò la presa e potè sgattaiolare sotto il cavalletto di Johnathan.
- Sara, cosa accade?
La ragazza smarrita prese a farfugliare – E’ lì, …. lì è morto…
L’uomo prese a dire – Non è colpa del palo, né del motociclista che l’ha investito, né dell’auto che guidava e che ad un tratto è andata da sola se il tuo Davide è morto questa notte.
La ragazza s’era calmata, lentamente si voltò verso Johnathan che riprese – Un giovane uomo è morto questa notte, non tu, non io, possiamo spiegare questa morte. Possiamo accettarla e andare avanti, andare dove ci è concesso di andare.
- Non è giusto.
- Cosa non lo è? Il tuo dolore sarebbe stato diverso se avessi saputo che Davide ti avrebbe lasciata questa notte, ieri, due giorni fa, una settimana, un mese fa? No, certo che no, perché questa notte sarebbe arrivata e tu non avresti voluto lasciarlo andare comunque. Quindi non tormentarti coi rimpianti, con i se, avete avuto ciò che dovevate avere.
- E’ giorno, sarà una bella giornata di sole e lui non la vedrà. Come faccio a respirare senza lui, ora? Non c’è più aria per me….
A Sara tornò in mente quell’unica direzione possibile per non dovere scoprire la vita senza Davide. Johnathan l’ammonì – Non permetterti di progettare ciò che non puoi! La tua fine non ti appartiene esattamente come non ti appartiene il tuo principio, ragazza!
Sara sobbalzò, confessò – Ho paura impazzirò, lui è sempre nei miei occhi, nella mente e ora sotto quel palo nella sua dannata auto da trenta milioni ridotta in poltiglia.
L’uomo si alzò, le andò vicino, la prese per le spalle, le sorrise – Mi permetti di raccontarti una storia, la storia di una magia?
- Non credo nella magia.
- Non credi in nulla, lo so, ma forse ti aiuterò a farlo. Sei anni fa avevo una vita, ero un architetto di successo, un giamaicano trapiantato in Florida per studiare ma soprattutto per amore. Si chiamava Johanna, era bella come e più del sole, era una americana borghese di colore, più giovane di me di quattro anni, l’amai subito e lei sorprendentemente amò me quando ancora non avevo un penny in tasca e facevo mille lavori per pagarmi l’Università. Ci sposammo, fummo felici per un po’, finchè lei non si ammalò. La persi in un paio di mesi, mi sentivo esattamente come ti senti tu ora. So bene cosa si prova, quel dolore lacerante, la mente che sputa fuori come una slot machine impazzita tutti quei momenti che vorresti rivivere, tutte le cose che hai scordato di dirle e la paura di non sentirti mai più come prima. Impazzii, tentai il suicidio due volte e due volte fui salvato da spettatori occasionali e inopportuni; al terzo tentativo, presi una borsa, la più piccola, ci misi dentro poche cose e partii, via da là per sempre. Al porto incontrai il gatto, mi presi cura di lui, pensai me lo avesse mandato Johanna, lei adorava i gatti. In Europa mi misi a girovagare alla ricerca di tutto e di niente, non sapevo cosa cercare, né dove trovarlo. Ripresi a disegnare, non lo facevo da quando ero adolescente, decisi di cavarci qualche soldo per mangiare. Disegnavo ritratti ai turisti in visita ai musei, le più belle piazze d’Europa mi hanno ospitato. Ed ecco la prima magia, d’un colpo avevo uno scopo. Quelle facce, prima involucri più o meno belli, improvvisamente divennero visi, poi l’espressione di un sentimento, infine anime. Per quindici minuti io potevo affacciarmi alla vita di ciascuna di quelle persone, scoprire il loro stato d’animo, alla fine la loro natura, toccare la gioia, la sofferenza, il dolore. Non ero più solo un vagabondo triste con il suo gatto cieco, ero un bravo ritrattista con un dono, cogliere l’essenza, catturarla e metterla su un foglio da disegno. E non c’è dubbio che in molti guardando i loro ritratti si siano chiesti chi fossero, se davvero v’era tanto di buono o tanto di male in loro e certo li ho costretti a riflettere, a guardare la loro essenza.Perché uno sconosciuto, un barbone mi ha ritratto in questo modo, perché ha visto le rughe piuttosto che il sorriso smagliante, perché i capelli bianchi invece che la pelle tirata, perché le ombre invece dei colori? Perché Sara?
Johnathan s’era bloccato, la fissava, si scostò da lei, l’enfasi del suo racconto s’era smorzata, d’un tratto s’era fatto serio, tornò al suo sgabello, prese il foglio da disegno, glielo porse. Le disse – Prendi, guarda te stessa.
Il ritratto di Sara era pronto, fu sorpresa della luce di quel disegno, Johnathan l’aveva ritratta sorridente, gli occhi blu brillanti, dove erano le lacrime Johnathan aveva messo il sole.
- Io non sono così. – disse Sara restituendoglielo, - non sorriderò mai più. Non v’è scopo per me, non v’è direzione, neanche la speranza di rivedere Davide, un giorno, in qualche luogo, non v’è luogo oltre la vita.
- Perché ne sei certa?
- Se vi fosse stato, certo Davide sarebbe venuto a dirmelo. – pronunciò d’un fiato Sara, esprimendo così, ingenuamente, la speranza di una bambina cui hanno insegnato a credere nelle favole ma che poi la vita ha deluso profondamente.
Johnathan mise le braccia conserte, chiese- Posso continuare il mio racconto?
- Credevo fosse finito.
- C’è la seconda magia.
- Mi faccia indovinare. Si è risposato?
Christopher saltò sulle ginocchia del suo padrone, ora, come per assisterlo in quel racconto.
- Da qualche giorno, mentre ero qui a fare il mio lavoro, tra un ritratto e un altro ho notato un ragazzetto biondo. L’ho notato perché sovente mi fissava da lontano o da dietro il cavalletto mentre disegnavo. Ieri mattina finalmente s’è seduto dove sei seduta tu ora. Mi ha chiesto di ritrarlo e così ho fatto, mi sono messo a ritrarre il suo candido volto. Parliamo del più e del meno quando lui mi dice “ Sei bravo”, io lo ringrazio e torno al mio disegno. Mi accorgo il ritratto si compie quasi da sé, quel volto è talmente bello che non mi capacito di averlo realizzato con queste mani e questo cuore. Gli chiedo da dove venga, quello non mi risponde, chiede a me “ Dove vai quando finisci il tuo lavoro, alla sera tardi?”, rido e gli rispondo, perché era vero, “ Nel mio porcile, giovanotto”. Quello sorride a suo volta e mi dice, sereno “ Questa notte, quando tornerai al tuo porcile, Johnathan, in molti, artisti di strada e vagabondi, ti seguiranno per farti male, rivendicano il loro spazio sulla terra, ignari del giudizio che li attende”. Io mi sono spaventato, ho chiesto spiegazioni a quell’impertinente di un ragazzetto paffuto, quello mi ha risposto” Torni a casa, non sei contento? Sei stato bravo, Johnathan, è ora che tu trovi ciò che hai sempre cercato, tua moglie Johanno”.
Sara aveva ascoltato con molta attenzione quel racconto assurdo e quando l’uomo smise di raccontare, chiese curiosa- E poi? Cosa ne è stato di quel ragazzo?
- Non l’ho più visto.
- Non gli avrà creduto, spero. Non mi dica che è rimasto qui tutta la notte nel timore che si avverasse quanto ha detto quel bambino?!
Johnathan la guardò ancora bonario, le sorrise, le spiegò- Sì gli ho creduto, no non sono rimasto qui tutta la notte, sono andato verso il mio rifugio e sotto un ponte in dieci mi aspettavano per prendermi a bastonate, sono caduto a terra, perdevo sangue dalla testa, me l’hanno fracassata.
Sara impallidì, chiese – E’ successo questa notte?! E lei…. La sua testa ora….
- Sono morto, sono morto questa notte,bambina, come il tuo Davide. Mi ha mandato a dirti quello che volevi sapere. Ecco, la seconda magia.
Sara vide un lampo, chiuse gli occhi e quando li riaprì si trovò seduta a quel gradone dove tutto era cominciato, balzò in piedi ansimante, si guardò intorno, non vide nulla, non v’era traccia di Johnathan Freeway, si disse – Ho sognato…. Era così reale. Sobbalzò solo quando udì un gatto miagolare. Si voltò nella direzione del gemito, vide Christopher, il gatto di Johnathan, accoccolato sul ritratto di una giovane donna che ricominciava a vivere.
Audrey D.
12:22
Scritto da: adsimpliciares
in Religione e Spiritualità | Link permanente | Commenti (1)
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